Lo spirito creativo che guida la ricerca di Apparati Effimeri è mosso dall’idea di attualizzare gli apparati delle feste ereditati dalla tradizione, sperimentando la possibilità di creare nuovi legami in grado di connettere trasversalmente la storia passata della visione con le tecniche e gli approcci contemporanei dell’arte visiva.

Nelle cerimonie dell’età moderna, soprattutto durante il periodo Barocco, gli apparati effimeri venivano costruiti su misura per l’evento da celebrare e seducevano attraverso “simboli visuali”.
Architetture in legno e in cartapesta e addobbi provvisori si applicavano a palazzi e chiese; decorazioni effimere trasformavano gli interni di sontuose dimore e poi suoni, macchine di gioia, effetti di luce creavano un gioco di inganni e disinganni ottici.

Gli artisti elaboravano ogni volta linguaggi nuovi, mescolando tecniche diverse al fine di infrangere i vincoli delle regole formali dell’arte.
Con l’illusione e la contaminazione andava delineandosi una nuova meccanica dell’immaginazione che portò al cambiamento dell’antico rapporto tra spazio dello spettatore e spazio dell’opera, ottenendo in questo modo il coinvolgimento emotivo, caratteristica fondante dell’arte Seicentesca: la città si fa teatro e il fruitore diventa attore della scena.

La festa, per il suo carattere provvisorio, era il momento privilegiato.

Le opere effimere creavano sorprendenti percorsi visivi, esaltando il corredo urbano e cambiando solo per qualche giorno la pelle degli edifici.
Ogni avvenimento veniva celebrato in maniera fastosa, spinto dalla necessità di affermare un’idea o un potere, passando dallo stupore al coinvolgimento e quindi alla persuasione.

Gli apparati effimeri erano un grande spettacolo visivo, una sorta di installazione ante litteram che metteva insieme diverse forme espressive.
La superficie urbana era il supporto adatto per libere interpretazioni di straordinari artisti, la “meraviglia” si concretizzava nelle strade.

Il repertorio dell’effimero si esprimeva sulle architetture stabili, «così si popolavano per qualche giorno le strade della città con pannelli ‘parlanti’ distribuiti su architetture solenni e provvisorie» (Chastel, 1960).

Portando al limite estremo la virtualità dei mezzi usati e la potenzialità dei materiali provvisori si ponevano le basi per l’unione delle arti.

Bibliografia

  • A. Chastel, Les entrées de Charles Quint en Italie in Les fêtes de la Renaissance / réunies et présentées par Jean Jacquot, Parigi 1960, p. 197-206.
  • Fagiolo dell’Arco, L’Effimero Barocco, Strutture della festa nella Roma del ‘600, Roma 1977.
  • A. Pinelli, La bella maniera. Artisti del Cinquecento tra regola e licenza, Torino 1993.
  • M. Fagiolo, Athanor barocco: l’effimero come labor-oratorium e il segno della Scogliera in Studi sul Barocco romano: scritti in onore di Maurizio Fagiolo dell’Arco a cura di M. G. Bernardini, Milano 2004, pp. 181 -195.
  • P. Portoghesi, Roma Barocca, Roma 2011.

Sitografia